CITTÀ INVISIBILI

Dipinti sulle città: quelle invisibili della letteratura e quelle invivibili della realtà.

Il soggetto della mia ricerca è una personale visione delle città, enormi agglomerati che pullulano di tensioni, criticità e innumerevoli paradossi. L’idea di lavorare su questo tema è debitrice dell’opera di Italo Calvino, “Le città invisibili”. La sua florida penna ha prodotto un’opera di fantasia tra le più stimolanti dal punto di vista immaginativo, ma a mio avviso non c’è soltanto questo: ricordo uno sguardo acuto e critico sulla realtà, capace di mettere in discussione la scala dei valori della società moderna, che nelle città si manifesta in modo evidente. Da qui l’idea si amplia e si fa immagine.

Nella postfazione al libro, Pasolini descrive la cultura letteraria di Calvino come una miniera abbandonata, liberata dalle sue funzioni e dai suoi doveri, da cui l’autore preleva i tesori che vuole. Ne ricava tre cose: una scrittura metallica, quasi cristallina ma leggera, “la scrittura del gioco”, nella quale mi riconosco anche per il mio modo di intendere la pittura; le tecniche dell’ambiguità, per cui in ogni pagina ogni canone è sospeso; e il surrealismo, “la delizia delle delizie”. Tutte le città che Calvino sogna, scrive Pasolini, nascono dallo scontro tra una città ideale e una città reale, uno scontro che non si risolve in nulla ma rende surrealistica la città reale1.

In poco più di cento anni si è passati dalle “Città tentacolari” di Émile Verhaeren a “La città che sale” di Umberto Boccioni, simbolo di modernità e progresso per il Futurismo, alla “Metropolis” di Fritz Lang, alle città-periferia del secondo dopoguerra raccontate in Italia da Pier Paolo Pasolini, alla Berlino divisa dal muro, fino alle città deserte che ognuno di noi, nostro malgrado, ha visto con l’epidemia di Covid-19. Poi è arrivata Neom, in Arabia Saudita: la smart city, la “città intelligente”, che nei progetti doveva occupare 26.500 chilometri quadrati e che oggi risulta fortemente ridimensionata. Eppure il genere umano, anche quando l’utopia si incrina, non sembra poterne fare a meno.

Nelle mie opere tento di riprodurre queste due contrapposizioni, abbinando lavori più “duri”, realizzati con tecniche miste, ad altri più “eterei”, realizzati a olio. Con il linguaggio della pittura voglio raccontare una storia fatta di sogni e timori, di luce e ombra e, in definitiva, di speranza.

Le immagini digitali non rendono la fedeltà del dipinto, per una semplice ragione: la pittura è figlia della luce. Un dipinto astratto è una traccia, un’opera che diventa nuova ogni volta che la si guarda, e questo aspetto lo trovo meraviglioso.

Pier Paolo Pasolini, Postfazione, in Italo Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori, Milano 2014, pp. 164-165.