APORIE

Il titolo di questa serie, APORIE, affonda le sue radici nel greco antico ἀπορία (aporía), un termine composto che descrive l’impossibilità di trovare una via d’uscita. Smontando la parola, incontriamo l’alfa privativo (ἀ-, che indica negazione) e πόρος (póros), che significa passaggio, strada, guado o espediente per superare un ostacolo. Il significato letterale è dunque «strada senza uscita», «passaggio impraticabile» o «vicolo cieco del pensiero».

Se nella filosofia classica l’aporia è un blocco razionale che arresta il cammino, in questa serie avviene l’esatto opposto. La tela si presenta inizialmente con i codici familiari e rassicuranti del paesaggio tradizionale: una linea d’orizzonte, una nebbia dorata, la suggestione di un cielo o di uno specchio d’acqua. Anche dove non si tratta di paesaggi in senso canonico, l’opera ne mantiene la struttura compositiva. Lo spettatore riconosce il póros, la strada visiva, ed è invitato a entrare. Tuttavia, non appena lo sguardo avanza, le regole della logica e della fisica classica si smentiscono a vicenda. Le foreste si rivelano colature grafiche, i cieli diventano vuoti chimici e lo spazio perde gravità. L’aporia qui non respinge né paralizza: diventa un motore di curiosità pura. Lo smarrimento cessa di essere un muro e si trasforma nella scintilla che costringe il fruitore a rieducare il proprio sguardo.

La serie APORIE non nasce da un progetto pianificato a tavolino, ma raccoglie un’ossessione visiva ed esistenziale che ha guidato silenziosamente la mia mano per anni. A posteriori ho riunito 17 lavori, eseguiti tra il 2016 e il 2022 e profondamente diversi per dimensioni e tecnica: dall’olio su tela alla fluidità dell’olio su carta, fino alla saturazione geometrica del collage, dello smalto poliuretanico e della tecnica mista. Perché questa urgenza emerge proprio oggi?

Nel contesto iper-frammentato del 2026, l’essere umano vive in un paradosso tragico: alimentato da algoritmi, risposte istantanee e flussi digitali levigati, è convinto di sapere tutto. «Sappiamo di sapere, ma non approfondiamo più nulla», parafrasando Socrate. Siamo diventati, sociologicamente, degli immacolati peccatori: puliti e intonsi sulla superficie di un sapere preconfezionato, ma colpevoli di pigrizia intellettuale, terrorizzati dalla complessità.

Questi dipinti possono fungere da dispositivi di resistenza visiva. In opere come Crescita incontrollata, Legame sottile, Olduvai e PI l’energia si accumula ai margini, mentre al centro resta un campo vuoto: assenza di senso, ma anche spazio lasciato al respiro e all’immaginazione dello spettatore. In Crescita incontrollata, già nel titolo, la provocazione è esplicita: tensioni biologiche e mutazioni in cui la forma organica sfida la griglia logica, un problema reale che non riguarda solo la demografia. In Legame sottile la tensione si concentra in un ponte fragile, il póros che resta, teso tra due presenze verticali. Olduvai richiama la Gola di Olduvai, in Tanzania, dove furono ritrovati tra i più antichi resti fossili di ominidi: una sospensione quasi temporale, e insieme una tensione evolutiva. In PI la forma organica incontra la griglia dei blocchi. C’è il bisogno fisico di mettere le mani nel torbido della materia e del dubbio. La crescita sulla tela, che sia di filamenti virali, di colature o di griglie urbane, mima la proliferazione sterile di dati e l’espansione cieca della nostra stessa specie.

In un’epoca dominata da immagini generate in pochi decimi di secondo e consumate ancora più velocemente su uno schermo, la pittura rivendica in questa serie il proprio ruolo più nobile: non quello decorativo, ma quello di indagine dell’esistente. Diventa così uno spazio di tempo biologico.

In questo percorso trova posto anche Babele, l’ultima opera della serie. Nasce da un mio dipinto con collage, su cui sono intervenuto con lo smalto poliuretanico, e che ho poi specchiato al computer. È una provocazione, ma anche un’opportunità che le nuove tecnologie offrono: lo strumento digitale non sostituisce il tempo della pittura, parte da quello. Il titolo richiama il caos delle nostre realtà multiculturali, senza voler fare retorica.

APORIE non si conclude offrendo una risposta rassicurante, ma consolidando il valore del dubbio. Le opere, muovendosi tra l’atmosfera lirica dei paesaggi fossili e la saturazione caotica dei collage urbani, compongono una costellazione di domande aperte. Il viaggio dello spettatore attraverso questi territori impraticabili serve a riscoprire lo spessore della stratificazione, l’errore controllato e la vibrazione fisica del pigmento: testimonianze tangibili di una presenza umana che elabora il caos del presente.

Il messaggio finale della serie è un invito politico, nel senso più alto di polis, e intimo al rallentamento: accettare lo smarrimento davanti alla tela significa allenarsi ad abitare le contraddizioni del mondo reale. Non si tratta di trovare una via d’uscita dal labirinto della modernità, ma di imparare a navigarlo con occhi finalmente svegli, critici e restituiti alla profondità della comprensione.