All’origine di questa serie di venti opere vi è una parola tronca, dura e monolitica: GEBILD. Dal punto di vista etimologico, il termine racchiude un doppio movimento: è legato al verbo tedesco bilden (l’atto fisico del plasmare, dare forma, costruire) e, più indietro, all’antico alto tedesco bilidi, la parola che indicava l’immagine, la figura, la sembianza. Il prefisso Ge– unisce tutto questo in un collettivo permanente. GEBILD significa quindi, nella sua essenza più pura, una struttura artificiale che ha preso corpo: qualcosa di creato dall’uomo, di aspetto e scopo non definiti, generato da un processo logico e solidificato nel mondo fisico davanti ai nostri occhi.1
Questa derivazione etimologica descrive con precisione il cortocircuito visivo di questi lavori. Sulla superficie liscia e fotosensibile della carta fotografica – supporto deputato ad accogliere un’immagine (bilidi) – interviene la forza del gesto. È l’azione che governa lo smalto poliuretanico, una materia che altrimenti rimarrebbe un liquido industriale inerte. Da questo presupposto l’analogia con i termini informatici che danno il titolo alle opere trae la sua ragion d’essere: come un primo motore, c’è sempre un gesto — che sia quello di dipingere o di toccare un tasto — che mette in atto la potenza intrinseca degli elementi. Attraverso questo intervento, lo smalto viene costretto a farsi segno, a solidificarsi in placche, barriere e graffi taglienti. L’opera smette così di essere una semplice superficie astratta e diventa un artefatto autonomo, una costruzione di pura tensione dove la materia si realizza solo grazie all’atto della sua stesura



















In questa struttura, ogni opera trova il suo nome nel vocabolario della programmazione e della cibernetica. La sequenza si apre con BETA e DELTA — la fase sperimentale e lo scarto logico —, per poi articolarsi nei restanti diciotto lavori attraverso termini come GLITCH, KERNEL, OVERRIDE, UPDATE o CRASH.
Non si tratta di illustrare il funzionamento di una macchina, ma di usare la durezza di quel linguaggio come l’unico codice possibile per catalogare gli stadi della materia. Attraverso i tagli netti, i bianchi densi e i neri profondi dello smalto poliuretanico — fluido industriale che oggi la chimica rende duro e immutabile come pietra — GEBILD si compie come un’architettura di pura tensione: il punto esatto in cui un concetto astratto prende corpo e la materia sintetica si fa linguaggio.
- Per la verifica storico-etimologica della voce Gebilde (forma moderna dell’antico Gebild) si veda «Gebilde», in DWDS – Digitales Wörterbuch der deutschen Sprache, a cura della Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften: https://www.dwds.de/wb/Gebilde (consultato il 17 ottobre 2026). La sezione Etymologie riprende Wolfgang Pfeifer, Etymologisches Wörterbuch des Deutschen. ↩︎